I dimenticati di Lipa: intrappolati nel ghiaccio della Bosnia dall’inerzia dell’UE .

Il 23 dicembre scorso il campo profughi di Lipa è stato chiuso. Durante lo sgombero un incendio ha distrutto la struttura. Centinaia di profughi sono rimasti al gelo e sotto la neve. A causa delle proteste della popolazione locale è stato impossibile spostarli in altri campi. Ora a Lipa l’esercito sta allestendo le tende, ma manca tutto: servizi, elettricità, acqua. Il rischio di morire di freddo è altissimo. Siamo davanti ad una catastrofe umanitaria.

La prima Rotta Balcanica parte ufficialmente il 25 ottobre del 2015: Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Così pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione. E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada. Così dal 2018 si sono venuti a creare altri due percorsi, il primo tra la Grecia, Macedonia, Serbia e Bosnia e l’altro tra Grecia, Albania, Montenegro e Bosnia. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.

Numeri ufficiali non esistono: circa ottomila persone. 5mila nei campi profughi e 3mila fuori dai campi, nei boschi o negli squat (case e fabbriche abbandonate). A quelli che già vivenono per strada ora si aggiungono quindi anche i circa 1200 profughi che stavano a Lipa.

La maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di Una Sana, ma dopo la chiusura del campo di Bira, a Bihač, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’Iom (‘International Organization for Migration), una parte delle persone è stata spostata nei campi di Mostar e Sarajevo. E durante la scorsa primavera un’altra parte è stata assegnata al campo di Lipa, tra Bihać e Bosanski Petrovac, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. Il campo di Lipa si trova a 30 km da Bihač, letteralmente in mezzo alle montagne, le temperature sono rigidissime d’inverno».

Quello di Lipa infatti doveva essere un campo provvisorio ma alla decisione del governo di trasformarlo in campo ufficiale non sono partiti i lavori di adattamento, per assicurare acqua corrente, elettricità, riscaldamento perché il Cantone di Una Sana e la municipalità di Bihač si sono opposte anche a questa decisione arrivata da Sarajevo, dichiarando che non accetteranno più sul proprio territorio campi per rifugiati vicini alle zone urbane.

Lo scorso 23 dicembre durante le operazioni di sgombero della struttura le fiamme hanno cominciato a divampare, non si conosce ancora la natura dell’incendio, il campo è andato completamente distrutto.

Ora la presidenza bosniaca ha inviato le forze dell’ordine a Lipa con il compito di allestire delle tende su quello che è rimasto del campo. Stanno cercando di ricostruire Lipa in fretta e furia ma nel campo, che ora è bruciato, continua a mancare tutto. Far stare i migranti a Lipa è la peggiore delle soluzioni possibili. Siamo davanti ad una catastrofe umanitaria.

Quello della Rotta Balcanica e nel caso specifico quello che sta accadendo in Bosnia non è una questione emergenziale, ma strutturale e i vari cantoni con le loro municipalità sono sempre in disaccordo e opposizione al governo centrale di Sarajevo. Trovare una soluzione è difficile. Con la popolazione cosi incattivita lo è ancora di più.

Il rischio di morire di freddo è altissimo. Siamo davanti ad una catastrofe umanitaria.

(fonte: vita.it)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *